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Dietro le quinte di DiPassaggio: come nasce un festival culturale diffuso

Quando si partecipa a un evento del Festival DiPassaggio, quello che si vive è un momento di ascolto, di incontro, di ispirazione. Ma dietro ogni dialogo, panel, performance, c’è un lavoro lungo, articolato, fatto di intuizioni, prove, fallimenti e visioni. In questo articolo vi portiamo nel cuore del progetto: come nasce un festival culturale diffuso, cosa lo distingue, e perché DiPassaggio è molto più di un programma di eventi.

Una visione che parte da lontano

DiPassaggio è il frutto di un percorso culturale e sociale iniziato oltre vent’anni fa con la Fondazione Devoto, già promotrice del Festival Incipit. La necessità di consolidare il legame con il territorio ha spinto la Fondazione a immaginare un format nuovo: un festival incentrato sul libro in sé, ma sulle idee e sulle relazioni che da esso possono nascere. Nasce così DiPassaggio, un festival che valorizza la letteratura come pretesto di confronto e non come fine, unendo arti, discipline e pubblici diversi.

Il concetto di “passaggio”: un tema che guida ogni scelta

Alla base del progetto c’è un’idea chiara: ogni edizione del festival deve ruotare attorno a un tema concettuale forte, legato al tempo presente ma capace di guardare oltre. Dalla trasformazione agli equilibri, ogni parola scelta è frutto di un confronto tra direzione artistica, partner culturali e realtà del territorio. Non si tratta solo di “fare cultura”, ma di creare un immaginario condiviso attraverso cui leggere il presente e immaginare il futuro.

Un festival diffuso, territoriale, partecipato

Realizzare un festival culturale diffuso in Liguria, tra Genova e Bogliasco, comporta sfide logistiche e progettuali. Genova, con la sua frammentarietà urbana, richiede un lavoro capillare di mediazione, mentre Bogliasco, grazie alla sua dimensione più raccolta, si è rivelata un laboratorio ideale di partecipazione. Qui il festival si dilata nel tempo (tre mesi di eventi la prima edizione, sei mesi la seconda) e si intreccia con il lavoro di associazioni locali, scuole, fondazioni.

La scelta dei luoghi non è mai casuale: musei, piazze, teatri, ma anche librerie, parchi e angoli nascosti della città diventano spazi narrativi. Ogni evento è pensato per mettere in relazione il pubblico con il territorio, e questo approccio ha generato reti virtuose con partner come l’Accademia Ligustica di Belle Arti, il Teatro della Tosse e molte realtà del terzo settore.

Programmazione e curatela: il valore delle scelte

Dietro ogni edizione c’è un lavoro curatoriale profondo: il comitato lavora mesi per individuare le linee narrative, selezionare gli ospiti e definire i formati più adatti. Performance, installazioni, talk, passeggiate urbane: ogni evento è pensato come un tassello che contribuisce alla costruzione di un senso. Non si lavora per “riempire il calendario”, ma per dare forma a un pensiero collettivo.

Non a caso, tra gli ospiti delle scorse edizioni ci sono stati autori e autrici finalisti dei più importanti premi letterari italiani. La scelta non è mai dettata dalla notorietà, ma dalla coerenza con il tema e dalla disponibilità a mettersi in gioco in contesti non convenzionali.

Un cantiere permanente, un’idea di futuro

Chi lavora dietro le quinte del Festival DiPassaggio lo sa: ogni edizione è un banco di prova, un esperimento, un progetto culturale in divenire. Nulla è dato per scontato. L’obiettivo è sempre duplice: fare sintesi dell’anno che si chiude e aprire lo sguardo all’anno successivo. Questo richiede non solo organizzazione, ma lungimiranza.

Ogni passaggio è documentato, valutato, discusso. I dati raccolti (presenze, età del pubblico, engagement) servono non solo per i report, ma per orientare meglio le scelte future. Perché DiPassaggio non è solo un festival: è un modo di fare cultura a partire dai territori, con le comunità e per le persone.

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